04/04/20

Un rebus di primo Seicento

Tra gli ambienti di Palazzo Ducale non mancano certo gli enigmi, i misteri ancora irrisolti. Ve ne proponiamo uno e – mi raccomando! – aspettiamo anche vostre ipotesi e soluzioni.

Siamo nelle cosiddette “Camere delle Città”, nell’appartamento che fu di Vincenzo I Gonzaga, all’interno della Domus Nova. Sulle lunette della camera dell’Angelo sono raffigurate vedute di città, ma la volta è fittamente decorata e al centro c’è un ottagono, dal quale appare un angelo che tiene spiegato un velo. Su questo velo sono alcune lettere, intrecciate. Al centro leggiamo “VI”, da cui si irraggiano fiammelle e altre lettere: dall’alto in senso orario “IM”, “AS”, “AE” e “SR”.

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Ammesso che queste sigle siano originali – e che non si debbano quindi al restauro avvenuto intorno al 1930 – a che cosa alludono? Le lettere centrali stanno per Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova fino al 1612 (e probabile committente della decorazione)? E le altre lettere? Alludono forse ai suoi possedimenti (Mantova e Monferrato), alla sua genealogia, o ci sono altri significati più semplici, più ovvi o più complessi, dei quali non si è tenuto conto?

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Inoltre, c’è un legame con le lunette raffiguranti Città o ciascuna iconografie va per conto proprio? Sono questi alcuni, tra i tanti interrogativi che il maestoso palazzo gonzaghesco ancora ci propone. (SL)

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03/04/20

Mantuan Graffiti

Oggi imbrattare con il proprio nome un’opera d’arte non è altro che un gesto vandalico. Lo era anche un tempo: i nostri edifici storici sono pieni di graffiti e scritte vergate da soldati o da gente annoiata che non sapeva come passare il tempo, magari anche con il proposito esplicito di sfregiare l’opera. Tuttavia le scritte molto antiche possono avere anche un interesse storico: alcuni graffiti hanno persino permesso di stabilire la datazione dell’opera o almeno chiarire entro quando fu realizzata.

Nel nostro Palazzo Ducale abbiamo moltissime scritte antiche, mai sinora analizzate o studiate in maniera sistematica. Ce ne sono tante, graffite o a matita, e ce ne sono persino nella Camera degli Sposi, ma le più si concentrano nei luoghi dove stazionavano i soldati, i corpi di guardia. Numerosissime iscrizioni sono graffite nella Sala di Manto, ma le più antiche in assoluto sono all’ingresso del Castello di San Giorgio da piazza Castello. Sugli stipiti in cotto dell’accesso carraio, parzialmente oggetto di restauri ai primi del Novecento, troviamo infatti l’iscrizione in minuscola gotica: «1414 adì p° setenbre», cioè 1° settembre 1414. L’iscrizione non è firmata, ma di rara antichità, se consideriamo che il castello non fu costruito prima della fine del XIV secolo.

Castello entrata 1414 adì p setembre m cut low

Un tempo poi, quando il turismo non era massificato, aveva altri obiettivi e a viaggiare erano artisti ed eruditi, una scritta su un muro decorato poteva avere anche un diverso significato. Questo aspetto è stato studiato recentemente da Jérémie Koering: un artista che tracciava la propria firma su un’opera d’arte – di norma in posizione defilata – lo faceva per manifestare la sua “devozione” verso l’opera stessa. Anche di questa casistica abbiamo alcuni esempi e forse il più interessante è nella Galleria dei Mesi, decorata da Giulio Romano e dalla sua équipe.

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In una nicchia dell’esedra meridionale troviamo un vero e proprio "giornale dei visitatori”, perlopiù ottocenteschi, ma anche una interessante scritta a matita rossa: «Ludovicus David Luganensis 1671». Si tratta del pittore ed erudito Ludovico Antonio David, un artista di Lugano che fu nel 1671 a Mantova per scrivere una storia, purtroppo perduta, sulla pittura lombarda; una storia che pare ribaltasse il canone toscano-centrico che il modello storiografico ci ha tramandato e che riconosceva la straordinaria importanza, nello sviluppo delle arti nazionali, delle scuole del nord Italia. La sua firma dimostra quindi l’apprezzamento, il rispetto per l’arte di Giulio Romano ed è curiosa conferma del viaggio di David, pittore barocco, tra le corti padane.

SL

firma Ludovicus David Luganensis 1671 nella Galleria dei Mesi m low

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01/04/20

La censura del nudo

In Palazzo Ducale dominano i toni seri e ufficiali, diversamente da altre residenze gonzaghesche che accoglievano anche raffigurazioni più ludiche e licenziose; il contrasto è particolarmente evidente con Palazzo Te, dove i nudi maschili e femminili sono esplicitamente mostrati, anche nelle parti intime o anche nell’atto sessuale. In Palazzo Ducale il nudo dipinto o scolpito è eroico e concede poco spazio a fantasie erotiche. Anche i miti classici, che pure sono di norma il pretesto con cui l’artista rinascimentale poteva rappresentare il corpo nudo, sono presentati in chiave politica, marziale, come nella Sala di Troia, affrescata da Giulio Romano e dai suoi allievi (nel 1538-1539) con le gesta della guerra tra Greci e Troiani.

La battaglia infuria sul fregio all’imposta della volta, mentre sulle pareti della sala, sotto il cornicione, sono scanditi i principali episodi della guerra, dal rapimento di Elena da parte di Paride, fino al cavallo progettato da Ulisse. La scena dipinta sopra la porta che conduce alla galleria dei Mesi rappresenta il Sogno di Ecuba: Ecuba, moglie di Priamo e madre di Ettore, sognò la nascita del suo secondogenito, Paride. L’affresco illustra contemporaneamente due fonti antiche: Apollodoro scrisse che Ecuba sognò di partorire una fascina legna colma di serpenti, Virgilio parla invece di una fiaccola accesa (quella che avrebbe poi causato l’incendio della città di Troia).

1. sala di Troia il sogno di Ecuba cut m low

La fiaccola dunque emergeva dal ventre della donna: oggi della parte vicina al pube resta solo una traccia incisa, ma il lembo di stoffa alzato sul grembo di Ecuba mostra in maniera inequivocabile da dove partiva la torcia. Se osserviamo a luce radente l’affresco, noteremo che il panno che copre le nudità di Ecuba è fatto da due parti distinte: a sinistra un velo più azzurrino e modellato, a destra uno bianco.

Questo secondo velo fu aggiunto successivamente, nascondendo parte delle nudità di Ecuba. Infatti esso è dipinto su una singola “giornata” d’affresco – che non avrebbe senso per una superficie così limitata – ed è palesemente quasi “scavato” nell’intonaco originale. Qualcuno dovette ritenere che della donna si vedeva un po’ troppo, tra coscia e pube, e fece censurare quell’immagine. Chi realizzò l’intervento? Non so chi fosse il “braghettone” di turno, forse un allievo di Giulio Romano. Quando si corresse l’immagine? Assai presto, se non subito, perché una copia che Ippolito Andreasi disegnò dagli affreschi nel 1568 circa, che si conserva a Düsseldorf, ci mostra già la censura compiuta.

2. sala di Troia censura su Ecuba m low

Se sia stato un ravvedimento di Federico II Gonzaga – così incline ai soggetti licenziosi in ogni altra sua impresa – o se ciò sia avvenuto poco dopo, magari durante la reggenza del cardinale Ercole Gonzaga, lo ignoro, ma entro venticinque anni dalla stesura dell’affresco, esso era stato già reso più casto.
(SL)

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31/03/20

La Cappella delle Reliquie

Il Palazzo Ducale è uno straordinario incastro di edifici, di appartamenti, labirinto di ambienti la cui natura e la cui destinazione a volte ci sfugge. Nell’appartamento Grande di Castello, costruito da Guglielmo Gonzaga negli anni Settanta del Cinquecento, ci sono alcuni ambienti posti ai piani superiori – in una zona nota come “appartamento delle Balie” – che non sono visitabili e che versano in cattivo stato, ma che ci raccontano storie di antichi fasti.

L’appartamento era provvisto di una cappellina, che reca ancora tracce, davvero malconce, quasi evanescenti, di dipinti su muro: sulla parete di fondo una Crocifissione tra Longino e la Maddalena, sulle pareti laterali una serie di dodici scenette, non tutte identificabili, tra cui: il Martirio di santa Barbara, la Lapidazione di santo Stefano, la Visione di san Giovanni a Patmos, l’Annunciazione, il Ritrovamento della Vera Croce, l’Assunzione della Vergine, oltre ad altre raffigurazioni, quasi illeggibili, in cui compaiono San Pietro, un Pontefice, dei Santi soldati...

Sono emersi negli anni alcuni disegni preparatori, conservati al Louvre, agli Uffizi, a Monaco e a Orléans, che permettono di meglio comprendere le pitture, ma rimane una domanda cruciale: che senso ha un ciclo con soggetti così slegati? Non si conoscono infatti oratori, delle minute dimensioni del nostro, con tanta varietà di iconografie.

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La spiegazione ci viene da un documento del 1588. Vincenzo I Gonzaga, figlio di Guglielmo, era appena diventato duca e decise di raccogliere una serie di reliquie conservate in città, per inviarle al re Filippo II di Spagna. Tra queste reliquie ve ne furono alcune prese da un oratorio segreto che si trovava nei penetrali del Palazzo Ducale. Qui, da una cassetta d’argento furono tratte parti di un osso e di una gamba di San Lorenzo, già donata al duca dai Crociferi di Venezia, e poi da una cassetta coperta di seta rossa furono raccolti un dente di San Sigismondo re di Burgundia e una piccola parte della veste della Vergine.

Ecco spiegato il perché della strana mescolanza di iconografie nelle pitture sulle pareti! Ognuna rappresentava un santo del quale nell’ambiente si conservavano le reliquie e la cappellina era una vera e propria lipsanoteca architettonica: un luogo di culto nel quale il devoto Guglielmo Gonzaga aveva raccolto i preziosi pignora.

(SL)

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23/03/20

Pietro Mango e la pittura su cuoio

Stefano L'Occaso ci racconta di un ambito assai poco noto al grande pubblico, traendo spunto dai resti conservati nei magazzini di Palazzo Ducale di una grande opera eseguita nella seconda metà del Seicento.

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Nella sterminata varietà di soluzioni decorative e artistiche che il Palazzo Ducale e le sue collezioni ci presentano, desideriamo presentarvi un caso davvero curioso. I brandelli apparentemente illeggibili che vi mostriamo e che si conservano, restaurati, nei depositi del Museo, sono quanto rimane di un ciclo pittorico di enormi dimensioni: provengono da quattro dipinti di circa 3 metri per 8 ciascuno, raffiguranti Battaglie e Incendi, che un tempo decorarono l’Appartamento Ducale, ma che già nel Settecento erano stati smontati.

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I dipinti sono opera di Pietro Mango, un artista napoletano che alla metà del Seicento lavorava per la corte dei Gonzaga Nevers, e la loro particolarità è proprio la tecnica esecutiva: si tratta di pitture a olio su cuoio argentato e “meccato”. Quindi: il supporto su cui l’artista dipinge è formato da ampie pezze di cuoio cucite una con l’altra; sul cuoio viene stesa una lamina d’argento, che è poi colorata con una mecca, ovvero una vernice che dà all’argento il colore e la lucentezza dell’oro. Su questa base il pittore stende il colore con i pennelli, ma probabilmente fa uso anche delle mani per toglierlo, mentre è ancora liquido, lasciando in vista la lamina metallica sottostante.

Le lumeggiature sono così ottenute facendo affiorare la superficie metallica da sotto il colore, laddove l’artista desidera rendere i bagliori delle armi o i riverberi del fuoco: sono sciabolate di luce che emergono da un fondo cupo.

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È probabile che per la realizzazione di questa straordinaria impresa decorativa, per la quale fu necessario l’impego di circa 100 metri quadrati di cuoio, siano stati riutilizzati paramenti di corami già esistenti in Palazzo e forse proprio nell’appartamento Ducale. Non si conoscono altri cicli pittorici in cui la rara tecnica esecutiva sia stata adoperata su superfici così vaste; abbinata all’abilità scenografica di Mango, doveva offrire uno spettacolo davvero inconsueto. I pochi frammenti superstiti sono lunghe strisce che corrispondono alla fascia inferiore dei dipinti e il loro effetto generale, con i bagliori del metallo, doveva essere davvero molto “caravaggesco” e teatrale.

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23/03/20

Il 25 marzo è il #Dantedì

Il 25 Marzo 2020 si celebra per la prima volta il Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri istituita dal MiBACT. Per l’occasione siamo tutti invitati, alle ore 12 per tutta la giornata, a leggere Dante e a riscoprire i versi della Divina Commedia: a pubblicare pillole, letture in streaming, performance dedicate a Dante, il tutto accompagnato dagli hashtag ufficiali #Dantedì e #IoleggoDante.

“Dante è la lingua italiana, è l’idea stessa di Italia" ha dichiarato il ministro del MiBACT Dario Franceschini. Perché proprio il 25 marzo? E' il giorno individuato dagli studiosi per l'inizio del viaggio ultraterreno che Dante racconta in versi nella celeberrima Divina Commedia. Palazzo Ducale di Mantova aderisce all'iniziativa e, dato che non possono mancare riferimenti al sommo poeta nell'articolata storia della reggia, sarà protagonista con una serie di articoli che compariranno sul suo sito web e sui social.

#Dantedì #ioleggoDante #laculturanonsiferma #iorestoacasa

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Come prima anticipazione possiamo citare il ritratto di Dante presente nella Galleria degli Specchi, i cui affreschi – eseguiti attorno al 1618 – spettano a una variegata equipe di pittori. Due allievi di Guido Reni si occuparono di decorare parte della volta mentre un altro gruppo dipinse le pareti, le lunette, i fregi (poi ripresi dal pittore neoclassico Felice Campi). Il dettaglio nel quale sono raffigurati alcuni poeti, tra i quali riconosciamo Dante Alighieri, è nello specifico opera della bottega di Antonio Maria Viani. La Galleria degli Specchi, com'è noto, nacque come loggia aperta sotto il Duca Vincenzo I e fu poi tamponata e decorata sotto il suo successore Ferdinando. La sua trasformazione da "loggia" in "galleria" gli valse il nome "logion serrato", servendo da luogo espositivo per la portentosa collezione d'arte gonzaghesca in aggiunta alle altre gallerie del palazzo. Collezione che di lì a poco, sotto Vincenzo II, sarà venduta al Re d'Inghilterra e poi in gran parte dispersa con il sacco del 1630.

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Sala degli Specchi f.to Antonio Quattrone 2001 low

Ed è proprio all'interno della collezione gonzaghesca che troviamo altri spunti sul legame tra Dante e Mantova. Andando a ritroso nel tempo, ai tempi di Francesco I, l'inventario del 1407 segnala la presenza di ben due copie della Divina Commedia tra le opere in possesso della famiglia Gonzaga, allora semplici "capitani del popolo" che sarebbero diventati "marchesi" con Gianfrancesco nel 1432. Alla voce n.1 e n.2 della lista "...librorum in lingua vulgari" (libri in lingua "volgare", l'italiano dell'epoca contrapposto al latino "colto") si trovano le diciture "primo liber Dantis glosatus" e "Item Dantes" alle quali seguono la celeberrima citazione dell'incipit "Nel mezzo del camin di nostra vita..." che non lascia dubbi su quale sia l'opera in questione.

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Ma il legame tra Dante e Mantova è ben più radicato grazie ai natali della guida del suo viaggio ultraterreno: stiamo parlando di uno dei personaggi chiave della Commedia, il poeta Publio Virgilio Marone nato nei dintorni di Mantova nell'anno 70 a.c. e morto a Brindisi nel 19 a.c. di ritorno da un viaggio in Grecia. Egli accompagna Dante – com'è noto – attraverso la sua discesa all'Inferno e la salita del Purgatorio, lasciando a Beatrice il compito di guidare il poeta durante l'ascesa al Paradiso. A Virgilio – come tutti i mantovani sanno – è stata intitolata una piazza dove svetta il suo monumento ad opera di Luca Beltrami ed Emilio Quadrelli, inaugurato nel 1927. Questo bel lembo verde di città era stato per secoli invaso dalle acque del Lago di Mezzo e occupato dal porto di Sant'Agnese, prima che il generale francese de Miollis lo trasformasse nel 1797 nel parco che oggi conosciamo sotto il nome di piazza Virgiliana.

Pza Virgiliana Mantova

E infine: Dante soggiornò mai a Mantova? La questione è controversa e legata a un'opera tarda attribuita al sommo poeta. La "Quaestio de aqua et terra" è la trascrittura di un intervento in dibattito pubblico verificatosi nella chiesa di Sant'Elena a Verona il 20 gennaio del 1320. Qui Dante avrebbe precisato a una folta platea di personaggi colti e influenti alcuni temi legati alla sua concezione del cosmo. Gli studiosi non sono tutti concordi, ma se il manoscritto fosse stato davvero redatto da Dante stesso, ne certificherebbe il soggiorno mantovano, come esplicitamente indicato nell'incipit nel quale si accenna a una discussione avvenuta proprio nella città di Virgilio: "Manifestum sit omnibus vobis quod, existente me Mantue, questio quaedam exorta est, que dilatrata multotiens ad apparentiam magis quam ad veritatem, indeterminata restabat" ("A tutti voi è noto come, trovandomi a Mantova, sorse una questione già più volte dibattuta, ma sempre con argomenti che avevan più l'aria del sofisma che del vero; e che, tuttavia, restava ancora indefinita").

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23/03/20

La Sala dello Zodiaco in Corte Vecchia

La sala dello Zodiaco nella Corte Vecchia del Palazzo Ducale è coperta da un’estesa volta “a padiglione”, di quasi 100 metri quadrati, dipinta attorno al 1580 da Lorenzo Costa il Giovane e dai suoi collaboratori, su committenza del duca Guglielmo Gonzaga. La pittura è realizzata a olio su intonaco su una superficie di incannucciata: il supporto è stato creato attraverso una vera e propria enorme stuoia di canne intrecciate, sostenute da un telaio di centine lignee visibili nel controsoffitto.

Il firmamento e i segni zodiacali dipinti sulla volta ruotano intorno a un gruppo centrale con Astrea (che tiene delle spighe nella mano sinistra) e la dea Diana su un carro trainato da cani. Gli studi che hanno analizzato questo ambiente spesso hanno affrontato la lettura iconografica della volta, proponendo non meno di tre interpretazioni, tutte basate sul significato del gruppo centrale. Secondo una prima ipotesi, lo zodiaco sarebbe celebrativo del cardinale Ercole Gonzaga, zio di Guglielmo; la seconda lettura ha invece interpretato la dea Diana (che sarebbe incinta) come allusione a Eleonora d’Austria, moglie di Guglielmo, in dolce attesa di Vincenzo I Gonzaga, nato nel 1562; una terza ipotesi è quella di ravvisare nella volta un oroscopo dello stesso duca Guglielmo.

Purtroppo temo che nessuna di queste soluzioni sia soddisfacente, semplicemente perché la parte centrale della volta – quella raffigurante Astrea e Diana – è frutto di un rifacimento settecentesco. La volta della sala fu restaurata nel 1755, nel 1808, nel 1836, attorno al 1895, nel 1906 e poi ancora in tempi recenti, ma soprattutto il primo di questi interventi, condotto dal pittore Giovanni Cadioli, interferì non poco con l’aspetto complessivo della decorazioneLo stesso Cadioli accennò al restauro in un testo edito nel 1763: “Il tempo avea così mal concia cotesta camera, che cominciava per fino a caderne a pezzi l’intonaco della volta, ed a perdersene di necessità ancor le pitture; ma del 1755 fu poi ristorata con tutta la maggior attenzion possibile”.

Un esame ravvicinato e un’analisi dei materiali mi portarono a identificare l’intervento di Cadioli principalmente con il riquadro centrale, che risulta pertanto tutto rifatto nel Settecento, con un diverso incannucciato, con un diverso intonaco, con una diversa tecnica pittorica. Alla pennellata morbida di Lorenzo Costa, stesa su un intonaco molto liscio, si contrappone infatti la pennellata più densa di Cadioli, con figure dai contorni sfrangiati su un intonaco poroso. In occasione di quel restauro settecentesco e di altri più tardi, furono poi aggiunte delle stelle nel cielo, alcune delle quali dipinte a porporina: esse non sono altro che grappe, ossia “chiodi” che servono a meglio fissare l’intonaco e dargli stabilità.

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Didascalia - a sinistra una figura dipinta da Lorenzo Costa, a destra una realizzata da Giovanni Cadioli durante il restauro settecentesco

Non sappiamo se Cadioli, rifacendo sostanzialmente tutta la parte centrale, abbia seguito il “disegno” della composizione originale o l’abbia dovuto reinventare, ma questa seconda ipotesi sembra di gran lunga la più verosimile. Di certo mi guarderò bene dal dare una lettura iconografica dell’ambiente, dato che l’aspetto delle pitture è fortemente “compromesso” dal restauro settecentesco. E mi guarderò bene dal contare le stelle con aria sognante, perché non è tutt’oro quel che luccica. A volte è porporina.

SL

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Didascalia - la volta con evidenziata al centro la parte rifatta nel Settecento

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23/03/20

Il bassorilievo Ciampolini

Attualmente esposto nel rinnovato lapidarium lungo un'ala del Cortile d'Onore in Corte Vecchia, questo frammento risalente a un monunumento romano è appartenuto alla collezione di antichità di Giulio Romano. La funzionaria restauratrice Daniela Marzia Mazzaglia ce ne restituisce una sintetica descrizione, ripercorrendo le tappe salienti della sua storia.

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Tra le opere più interessanti della collezione lapidea di Palazzo Ducale vi è senza dubbio il cosiddetto “bassorilievo Ciampolini”. Si tratta di un frammento di un architrave di un monumento romano non ancora identificato con certezza, raffigurante una battaglia tra Romani e Galli. Erroneamente, in passato si è creduto che il fregio rappresentasse l’episodio della battaglia tra Greci e Troiani intorno al corpo di Paride. Il gruppo centrale della composizione con il guerriero morente sorretto dal compagno fu effettivamente usato da Giulio Romano come modello per dipingere il celebre episodio dell’Iliade sul lato nord della volta nella sala di Troia in Corte Nuova. Tuttavia sia gli abiti e le armi dei soldati romani, con cimieri, scudi rotondi, lorica a maglie di ferro o squamata, sia le peculiarità degli avversari con lunghe brache, cinture in vita o completamente nudi con scudi esagonali, non lasciano dubbi sull’identificazione della scena: si tratta di una battaglia delle campagne galliche del I secolo a.C. 

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L’opera è oggi collocata lungo un lato del portico del Cortile d’Onore, nel lapidarium di Palazzo Ducale. L’approdo alla reggia dei Gonzaga sarà soltanto l’ultima tappa di un lungo viaggio.

La denominazione del bassorilievo deriva dal collezionista di antichità Giovanni Ciampolini, che visse a Roma nella seconda metà del quindicesimo secolo. La sua casa di via dei Balestrari, presso Campo de' Fiori, rappresentò un importante riferimento per appassionati e artisti che trassero spunto dalle sue raccolte. Il fregio in questione apparteneva a questa collezione e godeva di una certa fama, infatti venne studiato e ricopiato più volte. Tra coloro che se ne interessarono vi fu anche Giulio Pippi, il quale insieme all’amico Gian Francesco Penni, arrivò ad acquistarlo dagli eredi Ciampolini nel 1520, assieme ad altri pezzi della raccolta.

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Una lettera del 24 marzo 1526 racconta della spedizione da Roma di alcune casse di opere antiche tra cui un “friso”. E’ quindi probabile che il bassorilievo giunse nella dimora mantovana del Pippi proprio in quell’occasione. Non sappiamo con esattezza quando l’opera – successivamente – entrò a far parte della collezione dei Gonzaga. Potrebbe essere stata ceduta dallo stesso Giulio Romano o subito dopo dai suoi eredi. Sappiamo tuttavia che la collezione di antichità di Giulio fu definitivamente dispersa nel 1567 quando l’ultimo pezzo – una testa antica – fu acquistato dal mercante d’arte Jacopo Strada.

(DM)

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22/03/20

La scultura funebre per Alda d'Este

Tra le opere scultoree presenti nella collezione di Palazzo Ducale, un posto di riguardo lo merita la splendida figura femminile esposta nel cosiddetto "Appartamento di Guastalla" in Corte Vecchia. La storica dell'arte Michela Zurla ci illustra tutti i dettagli...

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All’interno delle sue ricche collezioni, il Palazzo Ducale preserva anche alcune importanti testimonianze di sculture e opere plastiche. Una di queste è oggi esposta nel cosiddetto Appartamento di Guastalla in Corte Vecchia: si tratta di un ritratto in marmo di una figura femminile giacente riccamente vestita, Alda d’Este moglie di Ludovico Gonzaga. Il marmo era parte del monumento funebre di Alda che venne eretto, poco dopo la scomparsa di quest’ultima nel 1381, all’interno della cappella Gonzaga nella chiesa di San Francesco. Il sepolcro era in origine costituito da quattro colonne sopra le quali era posizionata l’immagine della defunta, accompagnata da due iscrizioni poste sui due lati, anch’esse oggi conservate a Palazzo Ducale. Nel 1802 la tomba fu smantellata e i resti salvati furono trasferiti nella chiesa di Sant’Andrea e pervennero a Palazzo Ducale solo nel 1928. A partire dall’Ottocento il personaggio ritratto nel marmo è stato ritenuto Margherita Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga morta nel 1399. Tuttavia alcuni dettagli dell’abbigliamento, strettamente legati alla moda in auge fino agli anni ottanta del Trecento, così come l’età della defunta hanno permesso di riconoscere quest’ultima proprio in Alda D’Este.

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Quanto all’artista responsabile dell’opera, è stato proposto il nome di Bonino da Campione, uno scultore attivo a Milano per Bernabò Visconti, per il quale realizzò il monumento funebre oggi conservato al Castello Sforzesco, e a Verona, dove eseguì l’arca di Cansignorio Della Scala. Tipici di questo artista sono il forte naturalismo del volto, di cui sono tratteggiati in maniera caratterizzata i tratti fisionomici così come i segni lasciati dall’età, e l’attenzione per la resa dei dettagli dell’abbigliamento, visibile, ad esempio, nell’elegante giornea con la lunga fila di bottoni e con manicotti in ermellino. Lo scultore si sofferma su questi aspetti, in apparenza secondari, per mettere in luce il prestigio e la ricchezza della casata Gonzaga.

(MZ)

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Bibliografia:
Laura Cavazzini, Da Jacobello Dalle Masegne a Bonino da Campione, da Margherita Malatesta ad Alda d’Este: qualche altro frammento di Mantova gotica, in L’artista girovago. Forestieri, avventurieri, emigranti e missionari nell’arte del Trecento in Italia del nord, a cura di Serena Romano e Damien Cerutti, Roma 2012, pp. 241-268.

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20/03/20

Un'ascia di pietra

Inauguriamo la rubrica dedicata all'archeologia del territorio mantovano a cura di Mari Hirose, per farvi conoscere meglio alcuni dei reperti più insoliti o apparentemente misteriosi del Museo Archeologico Nazionale. Buona lettura!
#archeologiamantova

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Pillole di archeologia mantovana, #01

Il primo reperto che vogliamo presentarvi proviene da Castelbelforte, e a prima vista può apparire anonimo.

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Non si tratta tuttavia di una semplice pietra ma dell’oggetto simbolo di una svolta epocale nella storia più antica del territorio mantovano. È la lama di un’ascia, lavorata con ore di paziente levigatura e montata su un manico di legno, oggi perduto. Ci si può fare un’idea del suo aspetto originale cercando in rete immagini delle tribù della Nuova Guinea, che ancora oggi producono strumenti di questo tipo, con tecniche probabilmente simili a quelle utilizzate dalle genti preistoriche.

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Ma perché si tratta di un oggetto così importante? La diffusione di asce in pietra levigata, utilizzate per disboscare terreni da destinare alle coltivazioni, è sinonimo di un cambiamento radicale. È l’inizio del Neolitico: a un’economia incentrata sulla caccia e la raccolta di vegetali spontanei subentra uno stile di vita differente, basato su agricoltura e allevamento. Le comunità, che in precedenza si spostavano spesso al seguito delle prede, diventano stanziali. Compaiono la ceramica, il più antico materiale artificiale, e le prime fibre tessili. Si tratta di innovazioni rivoluzionarie, che hanno origine nel Vicino Oriente e si diffondono verso l’Europa e il Mediterraneo a partire dall’VIII millennio a.C., arrivando nella Pianura Padana circa 2000 anni dopo, intorno al 5500 a.C.

Le asce, così come gli anelloni, realizzati anch’essi levigando la pietra, sono inoltre una preziosa testimonianza dei primi scambi commerciali su lunga distanza. La materia prima con cui sono prodotti, la cosiddetta “pietra verde” (rocce di origine metamorfica come serpentiniti, giadeiti ed eclogiti), proviene infatti dalle Alpi Occidentali. Le sue particolari caratteristiche di grana, peso e durezza, la rendevano molto ricercata, tanto che asce prodotte con rocce italiane sono state ritrovate anche a centinaia di chilometri di distanza, in Danimarca e nelle isole Britanniche.

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Didascalie delle immagini:

Foto 1 – Ascia da Castelbelforte
Foto 2 – Nativo della Nuova Guinea con ascia in pietra verde levigata (Fonte: https://news.pngfacts.com/2020/02/the-making-of-green-axes-during-stone.html)
Foto 3 – Anellone in giadeite da Casalmoro

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18/03/20

Rinascimento privato, un portagioie profumato

Il 18 marzo del 1929 nasceva Romano Freddi: Palazzo Ducale è lieto di tributare un ricordo dell'imprenditore e grande collezionista di opere d'arte attraverso questa scheda di Stefano L'Occaso.

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Nel 2015 l’imprenditore Romano Freddi si guadagnava l’onore delle cronache locali e nazionali con un’importante operazione a favore del Palazzo Ducale: concedeva in comodato il fiore della sua collezione d’arte, raccolta in tanti anni di appassionati acquisti, consentendo persino alla direzione del Museo di selezionare le opere ritenute più significative. L’esposizione di una selezione delle sue raccolte fu aperta al pubblico nelle sale adiacenti la Camera degli Sposi, e il Palazzo Ducale ne sta ora progettando un ampliamento, assieme alla Fondazione che ha raccolto il testimone dell’industriale, scomparso nel 2017.

Romano Freddi era nato il 18 marzo del 1929, nel giorno di Sant’Anselmo, patrono della città di Mantova. Egli iniziò ad acquistare opere d’arte negli anni Settanta, ma solo a partire dal 1990 circa la sua collezione assunse una propria forma e una struttura, grazie all’ingresso di alcuni capolavori, tra cui lo splendido affresco giottesco con il Matrimonio mistico di santa Caterina, un dipinto su tavola di Giulio Romano e un frammento della pala della Santissima Trinità di Rubens. Tutte opere ora in Palazzo Ducale. La sua passione per il Rinascimento e per gli aspetti meno noti di questa epoca, lo portarono ad acquistare opere delle più varie tipologie – arazzi, piatti, calamai, bronzetti, mobili, … – che possono aiutarci a raccontare la vita presso una corte come quella dei Gonzaga.

Tra questi oggetti vogliamo segnalarvi una vera curiosità: due cassette “in pasta di muschio”. Cosa sono e a cosa servivano? Sono cofanetti di piccole dimensioni, il più grande misura 13×19×13 cm, che servivano da portagioie per le dame di corte ed erano decorati con un repertorio di soggetti mitologici e classici, prevalentemente romani, essendo rarissime le decorazioni di carattere sacro. Da matrici metalliche si ricavavano le piccolissime figure di pastiglia, costituita da bianco di piombo, con aggiunta di solfati e di un legante proteico. I fondi venivano invece lavorati a punzone, una sorta di timbro, e dorati. Le figurine ricavate dagli stampi metallici potevano essere diversificate e caratterizzate, per interpretare Curzio Rufo, piuttosto che Diogene o Muzio Scevola o Tisbe o Dafne. È tuttora ignoto il centro di produzione di questi oggetti – ne restano poche centinaia in tutto il mondo – ma lo si ritiene forse da collocare tra Mantova e Ferrara, o comunque in area padana.

Le cassettine erano definite negli antichi inventari come “de pasta de muschio”, perché un’essenza odorosa (muschio, ambra e zibetto) era unita alla pastiglia e rendeva profumati i cofanetti. Questo aspetto li rendeva ancora più preziosi, ma purtroppo ogni fragranza è svanita nei secoli e oggi possiamo solo ammirarne la minuta fattura e l’eleganza.

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18/03/20

La Sala dei Paesaggi

Ubicata nell’Appartamento del Paradiso all’interno della Domus Nova, la Sala dei Paesaggi ospita un ciclo di nove dipinti raffiguranti soggetti tratti dall’Antico Testamento inseriti in ampi paesaggi. I dipinti sono tuttora conservati nel contesto per il quale furono eseguiti, caso del tutto eccezionale per le opere di Palazzo Ducale che subirono un’ampia dispersione nei primi decenni del Seicento. Per alcune delle scene la fonte di ispirazione è stata individuata in incisioni fiamminghe tardomanieriste: in questi precedenti, come anche nei dipinti di Palazzo Ducale, il paesaggio è l’elemento principale che predomina sulle presenze umane.

Due furono probabilmente gli artisti che eseguirono il ciclo, un pittore che fu responsabile del paesaggio e un secondo che dipinse invece le figure, secondo una prassi che non era infrequente in questo genere di rappresentazioni. Per il primo artista è stato ipotizzato che possa essere di cultura fiamminga, ambito nel quale era molto diffusa la pittura di paesaggio.
Quanto alla data di esecuzione del ciclo, essa oscilla tra il 1625 e il 1640, entro un arco cronologico che vede numerosi eventi profondamente drammatici per Palazzo Ducale, come la vendita della collezione nel 1627-1628 e il sacco da parte delle truppe imperiali nel 1630.

(scheda di Michela Zurla)

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18/03/20

L'esedra scomparsa in piazza Sordello

Con il funzionario Maria Lucia Masciopinto andiamo alla scoperta della vicenda urbana dell'esedra scomparsa di piazza Sordello, che costituiva un elemento urbano monumentale in relazione al "Prato di Castello", l'attuale piazza Castello.

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La porzione di piazza Sordello tra il fianco della cattedrale di San Pietro e Palazzo Ducale non è sempre stata come appare oggi. È il 1579, il duca Guglielmo aveva commissionato a Pompeo Pedemonte, direttore delle fabbriche di corte, la costruzione di un giardino sopraelevato a cui si accedesse dal piano nobile della sua abitazione. Nell’estate dello stesso anno il cantiere è già avviato ma, tra ripensamenti e avvicendamenti alla direzione delle fabbriche, si conclude solo due anni più tardi. Per poter ospitare i lati porticati del giardino pensile si era resa necessaria la realizzazione di una struttura di supporto: il porticato ad alti arconi su pilastri che ancora oggi guarda verso il fianco della cattedrale di san Pietro. 

Bernardino Facciotto, subentrato al Pedemonte e al Brugnoli, progetta il prolungamento del portico e la sua specchiatura, fino a creare un’esedra che abbraccia la piazza e crea un ingresso monumentale al Prato di Castello (oggi piazza Castello) attraverso l'arcone decorato che si percorre ancora oggi per raggiungere il Castello di San Giorgio. La scenografica piazza era conclusa in tempo per la nozze di Vincenzo, figlio del duca Guglielmo, nella primavera del 1581. Del progetto del Facciotto restano due testimonianze su carta, oggi conservate all’Archivio di Stato di Torino. La struttura appare anche nella Urbis Mantuae Descriptio, la pianta scenografica disegnata da Gabriele Bertazzolo nel 1626.

La struttura che collegava Palazzo Ducale alla Cattedrale rimane in piedi fino al 1901, anno in cui ne viene eseguita la demolizione per favorire il traffico dei carri.

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Fonti:

I progetti di Bernardino Facciotto sono liberamente consultabili nella versione online dell’Archivio di Stato di Torino: ASTo, Sezione Corte, Carte topografiche e disegni - Carte e disegni - Serie V, Mantova 13 https://archiviodistatotorino.beniculturali.it/dbadd/visua.php?uad=155418

Paolo Carpeggiani, Bernardino Facciotto. Progetti cinquecenteschi per Mantova e il Palazzo Ducale. Guerini Studio Editore, Milano 1994.

Ercolano Marani, La costruzione del Giardino Pensile nel Palazzo Ducale di Mantova in "Atti e Memorie dell'Accademia Virgiliana", XXXVIII, 1970, p. 181-201.

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18/03/20

Sant'Anselmo nella collezione del Ducale

Nel calendario dei santi il 18 marzo è dedicato a sant'Anselmo, patrono di Mantova. Per celebrare questa ricorrenza pubblichiamo una breve scheda di Stefano L'Occaso dedicata alla pala d'altare dell'artista Giuseppe Orioli - parte della collezione di Palazzo Ducale - che ritrae il santo nato a Baggio e morto a Mantova.

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Non solo le chiese cittadine e la devozione pubblica rendono omaggio al patrono di Mantova, Sant’Anselmo, ma anche alcune opere in Palazzo Ducale. Tra esse ricordiamo una piccola pala d’altare dipinta da Giuseppe Orioli, un artista mantovano del Settecento, e già conservata in una cappella del Palazzo. 

Si trattava, a dire il vero, di un “trittico” dipinto intorno al 1726 nel cosiddetto appartamento di Guastalla. Il piano nobile del palazzo del Capitano era allora suddiviso in una successione di ambienti – nove camerini e la nostra cappella – le cui separazioni sono state eliminate da restauri dei primi anni del Novecento, creando così l’attuale lungo corridoio che affaccia verso piazza Sordello. 

L’anno 1726 coincide con quello della canonizzazione di san Luigi Gonzaga, eletto compatrono della città di Mantova; egli compare nel dipinto sulla destra, mentre Sant’Anselmo è sulla sinistra, inginocchiato: entrambi sono in adorazione della Vergine e del Bambino. Sulla destra compare, in secondo piano, il mantovano Beato Giovanni Bono, vissuto nella prima metà del XIII secolo. Ai lati del dipinto erano due ovali, anch’essi conservati in Palazzo Ducale, uno con la Beata Osanna Andreasi, l’altro con San Longino. Si tratta, insomma, di un vero e proprio compendio della devozione mantovana, alla quale il pittore Orioli diede immagini e volti.

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17/03/20

La Palazzina della Paleologa

Per chi fosse giunto a Mantova dal ponte di San Giorgio nella seconda metà del Cinquecento, la vista del grande complesso di Palazzo Ducale doveva presentarsi molto diversa rispetto ad oggi. In particolare, il nostro viandante immaginario avrebbe certamente notato un edificio civile, eretto sul sedime esterno del fossato del Castello. Una piccola villa di sobria maniera cinquecentesca, con un grazioso giardino pensile e connessa al grande complesso fortilizio da una sorta di "corridore". Oggi quella villa - la cosiddetta "Palazzina della Paleologa" - non esiste più: lo storico dell'arte Stefano L'Occaso ci restituisce un quadro dettagliato degli attuali studi sul tema e alcune preziose suggestioni...

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Dal 1531 fu approntata e decorata la palazzina di Margherita Paleologa, a ridosso del Castello di San Giorgio; i documenti nulla ci dicono sulle decorazioni degli interni, mentre si concentrano sulle prime fasi, costruttive e di decorazione in esterno. Secondo alcuni studiosi, per esempio Martha Sue Ahrendt e Sally Hickson, la palazzina poteva essere interpretata «as an architectural expression of greater female visibility at the Gonzaga court», ossia la prima manifestazione di una maggior visibilità delle donne alla corte dei Gonzaga. Era infatti il biglietto da visita del Palazzo Ducale per chi giungeva da est, traversando il ponte di San Giorgio.

La palazzina fu realizzata e inizialmente decorata al suo interno da Giulio Romano e dai suoi collaboratori, ma fu demolita nel 1899, in seguito a una lunga polemica che vide coinvolta la Commissione Regionale (che si occupava della tutela della conservazione dei beni artistici), il Comune di Mantova e la Prefettura. Una fase di progressivo abbandono dovette caratterizzare quest’area del Palazzo Ducale dal Settecento e i dissesti strutturali ben visibili a fine Ottocento condussero a un’ipotesi estrema, la demolizione, nell’ultimo decennio del XIX secolo. Allora però si riteneva che l’appartamento fosse stato abitato da Isabella d’Este e in questi termini se ne parla nel 1894, in vista della demolizione. La Commissione Conservatrice dava il 2 luglio 1898, dopo lungo braccio di ferro, il suo “via libera” alla richiesta di abbattimento della Paleologa avanzata dal Comune, “per ragioni di estetica e di maggior comodità all’accesso di Porta S. Giorgio” e si giunse a breve al contratto, il 18 ottobre 1898, per la demolizione; vinse l’appalto la ditta Pavesi, che aveva appena ultimato la demolizione dell’ex teatro regio, con un ribasso del 20%.

La discussione di quegli anni è innescata da uno studio del francese Charles Yriarte, seppur fondato su un fraintendimento, ossia l’idea che l’appartamento fosse quello di Isabella, moglie di Francesco II, e che le Sibille dell’oratorio fossero state affrescate dal Correggio. Stefano Davari, abile archivista mantovano, chiarì in quegli anni (e in risposta a Yriarte) la cronologia della fabbrica, posponendola agli anni di Margherita Paleologa, e allo stesso tempo ne decretò in sostanza la demolizione: venuto meno il sacro rispetto per Isabella d’Este, l’edificio, riconducibile agli anni di Giulio Romano, non meritava di essere conservato, era sacrificabile. La polemica rimase viva, ma infine si procedette alla demolizione, perché il restauro avrebbe portato a una ricostruzione pressoché totale, molto onerosa.

Nel 1899 la palazzina fu abbattuta e la sua mole, che fino ad allora aveva contraddistinto il fronte orientale del Palazzo Ducale, la sua architettura giuliesca, che aveva ospitato forse il primo giardino pensile del complesso palatino, vennero meno: furono salvate alcune decorazioni – non tutte – che oggi sono conservate al piano nobile del Castello di San Giorgio, la cui vista fu “liberata” con una operazione che continua a lasciarci perplessi.

Un dipinto del 1891 di Albert Anker ci mostra, abbagliata da una luce estiva, la palazzina pochi anni prima della sua scomparsa, e alcune rare foto d’archivio ci illustrano le decorazioni ad affresco, riconducibili alla mano di Giulio Romano e bottega, che furono definitivamente distrutte.

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16/03/20

Le stanze delle città

Sapevate che a Palazzo Ducale esiste una straordinaria collezione di raffigurazioni urbane storiche delle "città d'acqua"? Il funzionario storico dell'arte Michela Zurla ci illustra le due "stanze delle città" all'interno della Domus Nova. Un luogo interessante che pochi conoscono...

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Le due stanze dette “delle Città” traggono il loro nome dalle vedute di immagini urbane che sono raffigurate nelle lunette. Questi ambienti furono decorati per volontà del duca Vincenzo Gonzaga tra il 1598 e il 1608 e costituivano un insieme collegato all’appartamento Ducale in Corte Vecchia e forse destinato a custodire i tesori delle raccolte ducali.

Le rappresentazioni di città sono in parte tratte dall’atlante di Braun-Hogenberg, un progetto editoriale la cui prima edizione risale al 1572 e che raccolse una straordinaria collezione di viste panoramiche, mappe e commenti testuali di città di tutto il mondo. Le città prescelte sono sia italiane che europee. Nella maggior parte dei casi vengono presentate delle piante urbane, mentre più raramente il pittore raffigura delle vedute, come nel caso di Napoli o Vienna.

Una delle due stanze, detta anche “della Croce”, conteneva in origine un ciclo di ritratti delle più belle dame del mondo, secondo quanto rivelano gli inventari.

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