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"Un amore di Palazzo..."

Per la giornata di San Valentino lo staff di Palazzo Ducale ha preparato una piccola sorpresa per tutti i visitatori, ovvero sei racconti storici o mitologici narrati dagli affreschi, dai dipinti e dai reperti archeologici del complesso museale. Si tratta di storie struggenti, suggestive o semplici aneddoti liberamente tratti o ispirati dallo straordinario palinsesto di narrazioni che si disvelano al visitatore tra le mura della reggia gonzaghesca.

E ricordatevi di scattare una foto ricordo e condividerla sui social con gli hashtag #sanvalentinoalmuseo e #unamoredipalazzo: l'immagine più significativa e originale (naturalmente a insindacabile giudizio dello staff del Ducale) riceverà un piccolo omaggio.
Ingresso con biglietto ordinario.

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Di seguito, il racconto delle sei storie a cura delle funzionarie Mari Hirose (archeologa) e Michela Zurla (storica dell'arte):

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1. Achille e Pentesilea
Si ritiene che sia stato Arctino di Mileto, nell’VIII sec. a.C., il primo a raccontare la tragica storia d’amore tra l’eroe greco Achille e l’amazzone Pentesilea. Achille era figlio della ninfa marina Teti e di Peleo, re dei Mirmidoni. Da piccolo la madre lo aveva immerso nelle acque del fiume Stige per renderlo invincibile, tenendolo sospeso per un tallone, quel tallone che divenne così l’unico punto debole dell’eroe. Nel decimo anno di assedio alla città di Troia, Achille uccise il principe Ettore per vendicare la morte dell’amico Patroclo. La guerra tuttavia proseguì e nuovi alleati accorsero in aiuto della città. Tra questi vi era Pentesilea, figlia del dio della guerra Ares e regina delle Amazzoni, un popolo di donne guerriere. Pentesilea affrontò Achille sotto le mura di Troia, coperta dalla sua splendida armatura. La battaglia fu terribile, ma presto la regina dovette soccombere, colpita al petto dalla lancia dell’eroe. Fu proprio in quel momento che Achille, reggendo tra le braccia il corpo di Pentesilea morente, vide il suo bellissimo volto e se ne innamorò perdutamente, ma era ormai troppo tardi. Questo attimo di grande intensità fu un tema molto amato dagli antichi Greci e Romani, rappresentato su vasi e immortalato in opere d’arte. Rappresenta presumibilmente questa scena anche l’applique conservata al Museo Archeologico Nazionale, che si data tra I e II sec. d.C. Ritrovata nel 1985 a Casaloldo (MN), trova confronto in un esemplare analogo proveniente da una villa romana di S. Ilario d’Enza (RE).

 

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2. Gli "amanti di Mantova"
Sono trascorsi circa 5500 anni dal giorno in cui due giovani, un ragazzo e una ragazza, sono stati sepolti insieme vicino al loro villaggio, che si trovava dove oggi si colloca il quartiere di Valdaro. Sappiamo poco di chi fossero, se non che avevano circa vent’anni e che sono morti lo stesso giorno, o a breve distanza una dall’altro, forse a causa di una malattia. Non sappiamo se fossero davvero due innamorati, come al pubblico piace pensare dal giorno del loro ritrovamento, oppure piuttosto fratello e sorella. Non sappiamo nemmeno perché chi li ha sepolti abbia deciso che dovessero affrontare insieme l’ultimo viaggio, uno di fronte all’altra, con un corredo di strumenti in selce ad accompagnarli. Quel che è certo è che, nonostante i millenni che ci separano, questi due giovani sono in grado di suscitare in noi emozioni senza tempo, simboli di un amore che, come recita il Cantico dei Cantici, è “forte come la morte”.


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3. Torneo di cavalieri alla corte del re Brangoire
Il ciclo pittorico eseguito da Pisanello per il marchese Gianfrancesco Gonzaga nel grande ambiente in Corte Vecchia trae ispirazione dai romanzi arturiani, ovvero quella serie di scritti che narravano le gesta eroiche dei cavalieri alla ricerca del Santo Graal e che divennero di moda presso le corti signorili nel XIV e XV secolo. Anche a Mantova i Gonzaga avevano raccolto numerosi esemplari di questi testi: un inventario del Palazzo del 1407 ne descrive oltre cinquanta. In particolare i dipinti di Pisanello narrano la vicenda di Bohort, cugino di Lancillotto e uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. Bohort prese parte a un torneo organizzato dal Re Brangoire nel castello della Marca e ne risultò vincitore. Colpita dalla bravura del giovane cavaliere e dalla sua bellezza, la principessa Claire, figlia di Brangoire, se ne innamorò e riuscì a conquistarlo, nonostante il voto di fedeltà che l’eroe aveva fatto verso la propria missione, quella di impadronirsi del Santo Graal. Nella porzione destra della parete nord è raffigurato in alto il baldacchino dal quale Claire e altre dame assistono al torneo di cavalieri, commentando le gesta dei loro eroi.

 

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4. Il ratto di Elena
Nella sala principale dell’Appartamento di Troia, l’ambiente che il duca Federico II usava per le sue udienze, sono raffigurate alcune delle scene della guerra di Troia, secondo il programma elaborato dal poeta umanista Benedetto Lampridio a partire dai poemi antichi dell’Iliade e dell’Eneide e da altre fonti letterarie. Sulla parete di fronte all’ingresso sono presentati i due momenti che scatenarono il conflitto: a destra l’episodio in cui Paride, figlio del re troiano Priamo, è chiamato a giudicare qual'è la dea più bella tra Era, Atena e Afrodite, decretando come vincitrice la dea dell’amore, Afrodite, alla quale consegna il pomo d’oro; nel riquadro a sinistra invece lo stesso Paride rapisce Elena, moglie del sovrano di Sparta Menelao, secondo la promessa di Afrodite di donargli la donna più bella del mondo. Nella raffigurazione, ideata da Giulio Romano ed eseguita dalla sua bottega, i due amanti sono colti nel momento in cui lasciano Sparta a bordo di una barca, in compagnia di alcuni servitori. Accanto alla coppia compare un cupido alato con in mano una fiamma, probabile allusione a Cupido, dio dell’amore.

 

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5. Ritratto di Contessina de’ Medici
Il ritratto presenta una giovane donna vestita con un ricco abito che rimanda alla moda della metà del Cinquecento, la quale regge nella mano sinistra un piccolo cagnolino e porta al petto la mano destra, nella quale sono visibili due anelli. La raffigurazione rimanda al legame matrimoniale e rievoca il sentimento di fedeltà che stringe la giovane sposa al suo consorte. La catena che stringe i fianchi della donna rimanda al vincolo d’amore; il cane è ugualmente simbolo di fedeltà coniugale; gli anelli rafforzano ulteriormente il concetto rimandando alla promessa fatta allo sposo. Ritratti di questo genere erano solitamente realizzati prima del matrimonio per esaltare le virtù della futura sposa e presentarla al marito prescelto. Il dipinto è attestato nel monastero di Sant’Orsola nel Settecento insieme ad altri quattro ritratti femminili oggi esposti nel Camerino dei Falconi a Palazzo Ducale. La serie potrebbe essere stata donata al monastero da Margherita Gonzaga d’Este. Secondo una diversa ipotesi i quadri potrebbero aver fatto parte della raccolta di “ritratti di tutte le più belle dame del mondo” messa insieme dal duca Vincenzo I Gonzaga nei primi anni del Seicento e che era forse allestita nel cosiddetto “Camerino delle Dame”.

 

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6. La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità
La grande pala eseguita da Rubens, che è purtroppo giunta fino a noi in uno stato frammentario, era destinata all’altare maggiore della chiesa della Trinità, sede dei Gesuiti. Il dipinto oggi a Palazzo Ducale costituiva la parte centrale di una più grande macchina d’altare che comprendeva anche due scomparti laterali, raffiguranti il Battesimo di Cristo (oggi ad Anversa) e la Trasfigurazione (oggi a Nancy). Nella tela conservata a Mantova sono raffigurati in primo piano i due committenti dell’opera, il duca Vincenzo Gonzaga e sua moglie Eleonora de’ Medici; dietro questi ultimi compaiono i loro predecessori, ovvero Guglielmo Gonzaga e la sua consorte Eleonora d’Austria, i quali erano già morti al momento dell’esecuzione del dipinto. Ai lati della coppia ducale erano invece rappresentati i loro figli, a sinistra i maschi e a destra le femmine. La composizione voleva perciò mettere in evidenza la stirpe dei Gonzaga e la sua longevità, facendo inoltre riferimento alla centralità del legame familiare, che era in grado di superare tutte le avversità ponendosi sotto la protezione divina.

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